


alcolismo, musica, cinema, fobie, paranoie, fertilizzante per menti deviate, rimedi per i postumi delle sbronze
Lessi per la prima volta degli Home nel marzo 1997, quando scoprii l’esistenza di Blow Up.

A quel tempo ero avido di buona e nuova musica, imparai a memoria tutti gli articoli e tutte le recensioni, tra le quali quella di “Elf: Gulf Bore Waltz” e nonostante l’impietoso 6/7 di S. I. B. mi procurai quell’album presso la ormai defunta Wide Records di Pisa. Da allora ho iniziato a nutrire una vera e propria passione per gli Home.
Potrete trovare l’intera discografia a prezzi imbattibili su internet, a dimostrazione, ancora una volta, come la velocissima e voracissima industria discografica divori i propri figli più promettenti. Ad essere sincero mi sono goduto molto di più l’ascolto di questa rabberciata raccolta piuttosto che numerosi acclamati capolavori dell’ultimo anno. Sarà l’incedere dell’età che mi spinge a queste valutazioni, ma sempre più spesso questa spasmodica tensione alla ricerca della Next Big Thing comprime le capacità critiche di molti addetti ai lavori e di gran parte dei fruitori di musica.
Tant’è, la raccolta in questione contiene estratti dai demotapes, doverosamente casalinghi, del gruppo. Sebbene la qualità sia bassissima, in sintonia con il più vero e primigenio spirito lo-fi, i 19 pezzi si lasciano ascoltare, eccome. Piccoli tappeti minimali musicali composti principalmente da piano e chitarra, con l’aggiunta qua e là di rumori allogeni come una porta che cigola, sulle cui basi si sovrappone la voce, o le voci, molto spesso simile nella melodia ad una filastrocca. Schizzi di canzoni incompiute, ma con una intensa capacità creativa, sopattutto tenuto conto della povertà di mezzi. Melodie che rapiscono immediatamente, anche quando è evidente il contrasto con chitarre elettriche eccessivamente distorte.
Caldamente consiglio.